IL LAGREIN

Le vicende colturali che hanno caratterizzato la produzione del vitigno Lagrein, sono strettamente legate a quelle del convento di Muri – Gries a Bolzano, e sulla sua origine etimologica vi sono diverse interpretazioni.

Si ritiene tuttavia che esso tragga origine dalla zona del Mediterraneo orientale; (Hoeniger 1946) e che il nome abbia origine greca.

Più recenti ricerche di carattere storico ed ampelografico sembrano confermare questa provenienza. Infatti impiegando metodi di ricerca tassonomica e biochimica si è constatata in maniera concorde

una notevole somiglianza con altri vitigni di origine orientale, oggi coltivati in Trentino, come il Teroldego ed il Marzemino.

Essi presentano dei profili antocianici di notevole analogia con il Lagrein ed anche alcune testimonianze di carattere storico possono supportare queste analisi (Scienza et al. 1989).

La sua storia colturale ci porta a pensare che ancora nel 1060 numerosi conventi e monasteri bavaresi possedessero dei vigneti nella zona di Bolzano e dintorni (Mach 1894), ed alcune pubblicazioni successive al 1346 testimoniano la sua presenza in Alto Adige. Infatti una delle prime conferme risale al 1370 quando l’imperatore tedesco Carlo, nel suo “Ordinamento del vino” citava il “Lagreiner” come il miglior vino della zona di Bolzano (Priewe 1999).

Un documento risalente al 1500 indicava assieme ad altri vitigni coltivati lungo la sponda del fiume Adige il Lagreiner fra i migliori vitigni (Ladurner e Parthanes 1972) e già nel 1526 veniva consigliato il suo impianto in queste zone (Rauzi ed al. 1976). E’ probabile inoltre che già all’inizio del XIV secolo i frati Agostiniani che avevano preso possesso del convento di Muri-Gries ottenessero dai loro vigneti del vino con la varietà Lagrein destinandolo all’autoconsumo come peraltro facevano anche i viticoltori delle zone circostanti.

Si ritiene tuttavia che l’attività di commercializzazione del vino Lagrein in provincia di Bolzano risalga a tempi molto più recenti e che si possa far risalire al 1845 quando venne rilasciata al convento di Muri-Gries un’autorizzazione in proposito, da parte dell’Austria per la produzione di vini ottenuti dai vigneti di proprietà. Questa attività si protrasse per molti anni e la fase commerciale in provincia di Bolzano rimase legata alla vendita di questo vino, sfuso, in damigiane e in piccole botti.

Solo all’inizio degli anni ’60 si incominciò a collocare il prodotto in bottiglia, in particolare del tipo rosato chiamato Kretzer. Il nome sembra abbia avuto origine dal cestello di vimini (Kraetze) che una volta veniva usato per filtrare il mosto, eliminando in tal modo oltre ai raspi anche la buccia e quindi la vinificazione veniva fatta in loro assenza.

Molto più recenti invece sono le vicende che hanno caratterizzato questa varietà coltivata in Trentino.

Infatti la sua prima introduzione si può far risalire al 1880 quando, su consiglio del prof. Carlo Mader, docente di viticoltura presso l’Istituto Agrario di San Michele all’Adige, il Lagrein venne coltivato assieme ad altre cultivar nei vigneti dell’Istituto stesso, per valutare il suo comportamento produttivo e vegetativo, e poter quindi dar corso in Trentino al riordino varietale viticolo.

Alcuni anni più tardi durante la prima fase di ricostituzione antifilosserica, in occasione del congresso viticolo tenuto Trento nel marzo del 1930, vennero illustrate le sue caratteristiche sia colturali che enologiche. Questo vitigno che allora veniva impropriamente chiamato lagarino, alcuni ritenevano erroneamente che esso provenisse dalla Vallagarina, dopo il 1920 era stato introdotto in alcune zone della Piana Rotaliana (Mezzolombardo e Mezzocorona), a Lavis, ad Aldeno, a Nomi ed a Rovereto nei vivai del Consiglio dell’Economia.

Una successiva indagine sulla specificità di questo vitigno venne fatta in una ricerca, completata nel 1955, e pubblicata sulla rivista “Esperienze e ricerche” da parte di Rebo Rigotti, ricercatore presso la Stazione Sperimentale Agraria e Forestale di San Michele all’Adige. Il suo lavoro era parso particolarmente interessante perchè aveva raffrontato le caratteristiche colturali e le produzioni di Lagrein ottenute sia in provincia di Trento che di Bolzano. Egli aveva constatato che pur differendo le forme di allevamento allora adottate nelle due province, che erano la pergola doppia in fondovalle e quella semplice in bassa collina, la produzione a Bolzano era maggiore per unità di superficie e nel complesso più regolare. Inoltre dal punto di vista colturale aveva rilevato, sempre in Alto Adige, che vi era una maggiore quantità di capi a frutto come pure la presenza di più legno vecchio conservato.

Nelle due realtà invece erano diverse le precipitazioni e le temperature medie nella fase vegetativa. Interessante inoltre, soprattutto in provincia di Bolzano, era la presenza di due biotipi di cui uno a grappolo corto, di forma leggermente cilindrica ed uno con rachide lungo e grappolo piramidale, quest’ultimo poi presentava una gradazione zuccherina media inferiore.

Aveva inoltre constatato nelle diverse zone di coltivazione, un generale ritardo del germogliamento rispetto agli altri vitigni locali e che quindi il Lagrein presentava una minore sensibilità alle gelate primaverili e tardive. Dalla ricerca era anche emerso che generalmente il fiore era meno ricco di polline ed in presenza di primavere piovose si potevano accentuare i fenomeni di colatura e di filatura.

 

IL VITIGNO

Il germoglio con asse ricurvo presenta un apice aperto, cotonoso, di colore bianco-verdastro con sfumature rosa. Le foglioline apicali sono di colore bianco-giallastro spesso con orli rosati; le basali sono aperte, quasi glabre nella parte superiore, inferiormente sublanugginose. Il seno peziolare è chiuso.

Alla fioritura l’apice è medio, lanugginoso, bianco verdastro. Le foglioline apicali sono lanugginose con riflessi dorati, trilobate. Il tralcio erbaceo presenta una sezione circolare, la superficie è glabra, di colore verde, spesso marrone da un lato. L’infiorescenza ha forma piramidale ed è corta.

La foglia ha dimensioni superiori alla media, pentagonale, con seno pezionale a U-V e seni laterali poco profondi. Il lembo è sottile, ondulato, poco bolloso con lobi rivolti verso il basso. La pagina superiore è glabra, di colore verde intenso-scuro, quella inferiore verde chiara; le nervature sono verdi. Il picciolo è tendenzialmente lungo, di spessore medio, glabro, di colore verde rosato.

La colorazione autunnale della foglia è rossa con sfumature brunastre. Il grappolo ha forma tendenzialmente piramidale, corto, tozzo con una o due ali evidenti, mediamente compatto.

Il peduncolo è erbaceo, spesso allungato ed i pedicelli sono di colore verde rossastro con cercine di colore rosso. L’acino presenta dimensioni medie, è leggermente ovoidale, con buccia spessa, consistente, pruinosa, di colore blu-nero uniforme; l’ombelico è persistente.

La polpa è molle, di sapore neutro, leggermente acidula, spesso incolore, il pennello è corto, di colore rossastro.

Il tralcio legnoso è lungo, mediamente robusto, con sezione leggermente ellittica, la superficie è di colore grigio nocciola ed i nodi sono di colore più scuro e sporgenti.

Il tronco si presenta mediamente robusto.

Il germogliamento è medio-tardivo con fioritura ed invaiatura medie. La maturazione dell’uva è medio-tardiva. La varietà presenta una buona vigoria con produzioni medie, seppure in parte differenziate nei tipi a grappolo corto e lungo. Come si è già evidenziato, in presenza di primavere eccessivamente umide, è facilmente soggetto a fenomeni di collatura.

Il primo germoglio fruttifero si trova più frequentemente al terzo nodo e le infiorescenze per germoglio sono 1- 1,5; la fertilità delle femminelle è nulla.

Presenta una vegetazione ricadente con peso medio del grappolo medio-basso (120-130 gr.) nei cloni a grappolo corto, più elevata con il grappolo lungo piramidale.

La sua resistenza all’oidio ed alla peronospera si può ritenere discreta, migliore è quella al marciume botritico. Nel complesso presenta una produzione costante con maturazione tardiva.

Le forme di allevamento praticate presentano qualche differenza fra la provincia di Bolzano e di Trento, in relazione anche alla natura dei terreni. Nella prima, pur prevalendo la pergola semplice con 3300-3500 ceppi ad ettaro, da alcuni anni è stata introdotta la controspalliera con potatura a Guyot, spesso con archetto semplice o doppio, con un investimento che varia da 7.000 a 7.500 ceppi ad ettaro e sesti d’impianto che possono raggiungere anche m. 1,8 x m. 0,70.

In Trentino invece solo da qualche anno si sta introducendo questa forma di allevamento in ambienti di bassa collina, con risultati più migliorativi rispetto alla pergola tradizionale che spesso è ad ala doppia. In generale, in considerazione del suo vigore vegetativo, nei vari ambienti vengono impiegati preferibilmente dei portainnesti tendenzialmente deboli appartenenti al gruppo Riparia x Rupestris quali: 101/14, Schwarzmann e 3309, in alcuni casi si utilizza anche l’incrocio Berlandieri x Riparia con il 5 C Geisenheim.

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