LA NOSIOLA

Se si considera l’origine del nome di numerosi vitigni citati da antichi studiosi giunti fino a noi, si nota che una volta si faceva spesso riferimento alle località dove essi erano coltivati o alle caratteristiche o particolarità della vite stessa; venivano così accomunati con un unico nome gruppi di varietà, se pure geneticamente diversi. Il nome “Nosiola” secondo l’Acerbi che la segnalava nel 1925 tra le viti nei dintorni di Trento, sembra derivasse dal colore dei tralci e dal sapore del vino che richiamavano la nocciola.

Altri utilizzando una classificazione diffusa nei paesi di lingua tedesca indicavano questo tipo di uve come “nostrales”; e in tal caso il nome Nosiola potrebbe derivare dal celtico “Nos” (Morelli 2003) che significa nostro. Questa dizione rimane legata si vini comuni, locali con gradazione alcolica bassa, ottenuti da viti molto produttive e di scarso interesse commerciale.

All’inizio del XV secolo con la diffusione da parte della Repubblica di Venezia dei vini greci, anche in Trentino come in quasi tutto il nord Italia si ritenne più opportuno abbandonare molte varietà locali passando in tal modo da coltivazioni destinate all’autoconsumo a vitigni tendenzialmente aromatici e commercialmente più interessanti. Si da il caso quindi che questo progressivo cambiamento varietale fosse meno sentito, come in molte località, nelle valli laterali della Valle dell’Adige e quindi vi è motivo di ritenere che la Nosiola destinata prevalentemente all’autoconsumo e coltivata in zone di media alta collina in piccoli appezzamenti fosse oggetto di scarsi scambi commerciali.

Questo può anche giustificare il fatto che Michelangelo Mariani, storico del Concilio di Trento (1673), nella sua ampia e puntuale descrizione delle varietà di vite coltivate in Trentino non citasse la Nosiola, anche se quasi sicuramente essa era presente in alcune zone.

Infatti è da rilevare che dall’analisi della struttura del germoplasma viticolo atesino (Grando e Coll.), pur considerata l’origine alloctona del vitigno sembra che esso sia da ritenere di antica introduzione in Trentino.

Un’influenza sull’evoluzione delle caratteristiche del vitigno possono aver avuto le vicende che si sono verificate più tardi verso il 1800. In particolare l’emigrazione di molte popolazioni dalle valli o da ambienti collinari difficili, l’avvento di fitopatie come l’oidio e la peronospora, cui seguì la fillossera e non ultima la prima guerra mondiale.

Alla citazione dell’Acerbi faceva seguito nello stesso periodo quella del trentino Perini il quale indicava la Nosiola come la “Durasena dei Veronesi” e la “Durella” dell’Oltre Po pavese. Egli affermava inoltre che questa varietà veniva poco coltivata in purezza ma “più diffusamente” mista con altre varietà a frutto bianco e veniva coltivata in prevalenza sui monti di Calavino nel distretto di Vezzano (Tn).

Italo Cosmo e Ruggero Forti ne davano come possibile la sua coltivazione almeno agli albori del 1800.

Il vitigno era stato citato anche da Goethe, Molon che lo riteneva simile alla Durella veronese, da Catoni, Babo e Mach, primo presidente dell’Istituto Agrario di San Michele, il quale indicava la sua presenza anche nella zona di Merano in provincia di Bolzano.

Carlo Mader, docente di viticoltura presso lo stesso Istituto di San Michele, la descriveva come “un vitigno robusto che vegeta precocemente, come precoce è pure la maturazione delle uve; dà abbondanti prodotti, ma poco uniformi, si adatta meglio a posizioni elevate, produce buoni vini delicati da pasto e scelti”. Proponeva inoltre come forma di allevamento di abbandonare le “piantate” alte con interfilari larghi e di introdurre la pergoletta corta o la controspalliera a basso ceppo, per aumentare così la disponibilità di luce ed avere una buona ventilazione contro gli attacchi della Botrite, cui il vitigno andava molto soggetto.

Rebo Rigotti nel suo lavoro del 1831 sulle “Vicende della viticoltura trentina” indicava la presenza della Nosiola nelle zone collinari di S. Michele / Adige, di Lavis, e nel comune di Meano, come nei pressi di Cognola (Trento). Citava inoltre una discreta produzione nel comune di Rovereto, in località Saltaria e nelle colline della bassa Valle di Cembra.

Più diffusa risultava la sua presenza nei comuni di Vezzano, Lasino, Cavedine ed a Madruzzo.

Con riferimento poi al periodo 1925-30, sempre in base alle rilevazioni fatte presso l’Istituto Agrario di San Michele, la superficie complessiva in Trentino coltivata a Nosiola era di circa 156 ha con una produzione media di uva ad ettaro di 123-124 qli e di una produzione totale di vino di 14.500 hl. a fronte dei 19.500 nel periodo prebellico.

 

Caratteristiche del vitigno

 

Il suo apice si presenta mediamente espanso spesso glabro o poco peloso, di colore verde-dorato, lucente con i mucroni della dentatura leggermente bronzati.

Le foglioline apicali sono spiegate con peluria quasi assente su entrambe le pagine; di colore giallo-verdastro lucenti quasi trasparenti; trilobate con seni laterali aperti, profondi e denti acuti. Quelle basali sono spiegate, verdi giallastre con poche setole sulla pagina inferiore.

Il germoglio è quasi eretto di colore verde-giallo con sfumature bronzate.

Il tralcio erbaceo è corto, con sezione circolare, costoluto con qualche pelo in prossimità dei nodi che presentano una colorazione bronzo-vinosa. Gli internodi sono corti.

L’infiorescenza è piuttosto piccola con fiori normali ermafroditi, autofertile.

La foglia è medio piccola, pentagonale, trilobata con seno peziolare ad U piuttosto largo, seni laterali profondi ad U, con bordi che spesso si accavallano. Essa si presenta glabra su entrambi i lati, con lembo spesso, leggermente piegato a gronda, un pò lucido, lobi un pò revoluti, di colore verde scuro e nervature verde-giallo superiormente più chiara nella parte inferiore; la dentantura non appare molto pronunciata ma acuta.

Il picciolo è corto, glabro leggermente bronzato-rosato da un lato. Si riscontrano inoltre numerose femminelle con piccole foglie.

Il grappolo è medio, generalmente compatto cilindrico, allungato, spesso alato, con peduncolo verde chiaro e pedicelli corti, anche il pennello si presenta corto.

L’acino è medio, sferoidale, con ombelico persistente, buccia pruinosa, di colore verde-giallastro, un pò sottile ma consistente, la polpa è succosa di sapore neutro, leggermente astringente.

Il tralcio legnoso è corto, sottile ed elastico di sezione elittica, con superficie liscia, di colore nocciola, più intenso in prossimità dei nodi, gemme piuttosto grosse e sporgenti.

L’epoca di germogliamento può essere considerata precoce e media quella della fioritura. Medio pure è il periodo di invaiatura, mentre la maturazione è medio-tardiva (fine settembre).

Il portamento della vegetazione è eretto, media può essere considerata anche la vigoria che spesso presenta un aspetto un po’ cespuglioso. Il primo germoglio fruttifero si presenta al 2°-3° nodo, con una o più spesso due infiorescenze, la fertilità delle femminelle può essere considerata scarsa ed il peso medio del grappolo a maturazione varia da 180-200 gr.

La colorazione autunnale delle foglie è gialla.

La Nosiola si adatta a qualsiasi tipo di portainnesto, preferendo quelli mediamente forti o forti.

L’ambiente migliore di coltivazione è quello collinare, asciutto, soleggiato e ventilato.

Le forme di allevamento più diffuse sono quelle espanse con preferenza per la pergola semplice.

La produzione è media, è spesso irregolare; in ambienti piuttosto umidi e di fondo valle da produzioni abbondanti con grappoli più grandi della norma e di scarso valore qualitativo.

Presentando un germogliamento precoce può essere soggetto nelle zone di bassa collina a danni delle gelate tardive. E’ particolarmente sensibile all’oidio, meno alla peronospora. Nei grappoli eccessivamente compatti può presentare in annate umide anche degli attacchi botritici; è inoltre sensibile al disseccamento del rachide.

 

Le selezioni clonali

 

Per quanto attiene il materiale clonale si possono dare le seguenti indicazioni:

Il clone SMA 74 presenta uno sviluppo normale e di buona vigoria; il grappolo, leggermente spargolo, è di grandezza media. La gradazione zuccherina è superiore alla media varietale, buona anche l’acidità totale gr./l 9,8±1,3, di cui circa la metà in acido tartarico, si può ritenere nel complesso buona; ceneri 2,5-3 %0 pH 3-3,10.

Avendo una buona vigoria si adatta alla media collina; richiede un portainnesto vigoroso. Particolarmente adatto per la produzione del “Vino Santo”.

L’SMA 84 ha una vigoria superiore al precedente clone, con grappolo leggermente più grande e più compatto; l’acino si presenta più grosso rispetto alla media.

Meno adatto rispetto al precedente per la produzione del “Vino Santo”.

La sua vigoria in presenza di terreni fertili può comportare fenomeni di colatura.

Si consigliano pertanto portainnesti non troppo vigorosi. Adatto alla produzione di vini tranquilli.

L’SMA 86 ha una media vigoria e grappolo di dimensioni superiori ai precedenti. La sua produzione è buona e tendenzialmente media-superiore. La maturazione è più tardiva rispetto agli altri due cloni. La gradazione zuccherina è piuttosto contenuta mentre l’acidità titolabile è buona.

Si consiglia la sua coltivazione in zone collinari medio-basse anche non irrigue

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Clone nel complesso piuttosto plastico e ben adattabile alle diverse esigenze di coltivazione.

 

 

Diffusione e caratteristiche colturali

 

 

Il vitigno ha subito negli ultimi vent’anni una notevole flessione produttiva. Infatti nel primo dopoguerra le uve superavano i 30.000 q.li mentre attualmente, (dati del 2006) si sono ridotte a poco più di 10.000 q.li.

Le motivazioni di questa flessione sono diverse tuttavia l’introduzione e l’avvento di vitigni bianchi internazionali quali: Chardonnay e Pinot grigio ha “relegato” la produzione a zone “storiche” dove la tradizionalità e soprattutto la produzione del “Vino Santo” sono state e sono tuttora determinanti per mantenere e coltivare questo vitigno.

Le zone in Trentino destinate alla sua produzione, in gran parte legata a piccoli appezzamenti sono: la Valle dei Laghi, che è il cuore dell’area di coltivazione, che comprende il Comune di Calavino, di Lasino e Cavedine cui si aggiunge una piccola superficie nel comune di Padergnone; le colline prospicenti al comune di Lavis, la bassa Valle di Cembra e l’alta Vallagarina nei dintorni di Rovereto, Villa Lagarina e Nomi.

La zona coltivata occupa una fascia collinare che va da 300 a 500 m.s.l.m., e la forma di allevamento prevalente è la pergoletta trentina semplice in ambienti luminosi e ventilati. I terreni migliori sono quelli sciolti su matrice di marna grigia con un buon scheletro.

Teme l’eccessiva umidità che può comportare spesso marciumi e colature; in alcuni ambienti si sta introducendo come forma di allevamento la controspalliera con ottimi risultati qualitativi.

 

 

 

Le caratteristiche dei vini

 

Il vino ottenuto con la Nosiola è l’unico fra i vini bianchi trentini tradizionalmente legato al territorio in quanto prodotto con uve che possono essere considerate autoctone.

In data 12/02/1985 con D.P.R. è entrato a far parte dei vini D.O.C. con la dizione “Trentino Nosiola”. Questo riconoscimento a suo tempo era stato preceduto dal D.P.R. 04/08/1971 per il vino passito D.O.C. “Vino Santo Trentino”, ottenuto esclusivamente con la varietà Nosiola.

Il vino “Trentino Nosiola” all’assaggio si presenta delicatamente profumato, caratteristico, di colore giallo paglierino, di sapore secco, lievemente amarognolo, sapido, e non privo di finezza. La sua gradazione alcolica al consumo è di 11-11,5 gradi con un’acidità totale che varia da 7,6 a 9 gr/l ed un pH di 3,0-3,2.

Altro vino trentino caratterizzato dall’uva Nosiola è il D.O.C. “Sorni” bianco, ottenuto a differenza del precedente in una zona posta nel comune di Lavis e riconosciuto come vino D.O.C. ancora nel 1985. Più recentemente con Decreto del Ministro delle Politiche Agricole e Forestali del 6 settembre 2002, il “Sorni” è stato inserito come sottozona della D.O.C. Trentino anche i comuni di Giovo e San Michele all’Adige in provincia di Trento.

In tal caso la varietà Nosiola entra a far parte della D.O.C. da sola o congiuntamente con altri vitigni a frutto bianco.

Il suo colore giallo paglierino con riflessi verdognoli, l’odore è delicato, il sapore fresco, armonico e morbido; la sua gradazione alcolica non può essere inferiore a 11 gradi e l’acidità totale minima di 4,5 gr./l.

Questi vini ed in particolare il “Trentino Nosiola” solo da alcuni anni hanno subito una loro rivalutazione e ripresa economica, in quanto da sempre sono stati i vini della ruralità: vini bianchi da tavola e di casa del contadino, di pronta beva e freschi, con un buon livello di acidità.

Essi inoltre vengono normalmente utilizzati nella celebrazione della S. Messa come da autorizzazione della Curia Principearcivescovile di Trento del 23/07/1930. Decisione peraltro assunta ancora dal Concilio di Trento con il quale si era data la preferenza ai vini bianchi in quanto il vino rosso nelle sacre celebrazioni macchiava i paramenti sacri.

Più prestigioso tuttavia rimane il “Vino Santo Trentino” ottenuto esclusivamente con il vitigno Nosiola.

L’inizio della sua produzione non è conosciuto anche se non può essere trascurata l’ipotesi sostenuta da alcuni che, dopo il Concilio di Trento, si volesse disporre di un vino superiore, confacente alla santa messa e quindi si puntasse su un vino passito.

Uno dei primi documenti sul “Vino Santo Puro” risale al 1825, trattasi di un diploma di eccellenza ottenuto da Giacomo Sommadossi, direttore e cantiniere dell’azienda dei Conti Wolkenstein di Castel Toblino in occasione della “Melbourne International Exhibition” in Australia. Giacomo Sommadossi ottenne poi in periodi successivi altri notevoli riconoscimenti in diverse manifestazioni, come pure Carlo Rigotti di Padergnone in occasione di una esposizione vaticana nel 1888 ed a Vienna nel 1894 ad una presentazione internazionale.

La zona di produzione della D.O.C. Vino Santo Trentino oltre che nella cosiddetta Valle dei Laghi, comprendente i comuni di Drena, Dro, Arco, Nago-Torbole, Riva del Garda e Tenno. Più interessante è il “Trentino Vino Santo Superiore” ottenuto nei vigneti posti nelle zone vocate dei comuni di Calavino, Cavedine, Padergnone, Lasino e Vezzano, sempre in provincia di Trento. In tal caso la produzione massima consentita dal disciplinare di produzione della D.O.C. è di 36 hl/ha. L’uva utilizzata è soltanto la “Nosiola”, coltivata in ambienti collinari, su terreni ricchi di scheletro, con grappoli spargoli e preferibilmente appartenenti al clone SMA 74, anche se in molti impianti meno recenti vengono utilizzate delle selezioni massali.

La vendemmia viene fatta a mano è l’uva è trasferita, delle apposite cassette agli essicatoi le cui aperture sono rivolte verso lo spirare della brezza del Lago di Garda, con orientamento nord-sud.

Normalmente l’appassimento delle uve inizia in novembre e si protrae fino al periodo prossimo alla Settimana Santa di Pasqua, (praticamente 5-6 mesi).

Nel corso di questa fase il rapporto glucosio-fruttosio varia notevolmente a favore di quest’ultimo e nel contempo si ha una forte riduzione sia dell’acido tartarico che di quello malico. Questo avviene per opera della Botritys cinerea, che assume e sviluppa delle caratteristiche diverse (rispetto a quelle che normalmente avvengono in ambiente caldo-umido e piovoso), quando opera in un ambiente fresco e ventilato, su acini in fase di maturazione ed in un periodo tendenzialmente asciutto.

I fungo che penetra con il micelio negli strati interni della buccia, si sviluppa a spese del succo d’uva provocando una forte evaporazione dell’acqua e concentrando gli zuccheri. L’acino appassito assume un colore di “cotto” e si copre di una leggera muffa grigia. La Botrite in questo caso consuma una maggiore quantità di acidi presenti nel succo d’uva e meno zuccheri, sviluppando in tal modo un complesso armonico fra le varie componenti.

Nella fase di appassimento gli acini perdono un 40%-50% del loro peso e da 100 kg. di uva passita, dopo la torchiatura si ottengono 24-25 litri di mosto e circa 23 litri di vino. Dopo le fasi successive quali: la fermentazione, che peraltro è molto lunga e lenta, i travasi, la filtrazione, e la chiarifica il vino viene messo a maturare in piccole botti di rovere, già usate, dove per disciplinare vi rimane per almeno 4 anni, anche se normalmente i produttori prolungano questo periodo.

Il vino finito assume un colore giallo-ambrato e successivamente bruno (dovuto all’ossidasi) con riflessi talvolta aranciati più o meno intensi. L’odore si presenta fine e delicato, ed il sapore piacevolmente dolce, di passito; il titolo alcolometrico totale minimo è del 18% in volume, di cui l’11% svolto; l’acidità totale minima è di 6 gr/l. Infatti solo una percentuale che varia dal 53 al 57% della porzione zuccherina del mosto si trasforma in alcool ed il 43-47% rimane invariato. L’instaurazione di questo equilibrio viene a coincidere con la conclusione della fermentazione. In tal caso il vino ottenuto assume pienezza ed una notevole stabilità, garantendo per alcuni decenni la piena conservazione delle proprie caratteristiche.

In sostanza le vicende del vitigno Nosiola si intrecciano con quelle delle popolazioni delle zone vallive e collinari che l’hanno sempre apprezzato e si può ritenere esso sia una componente importante che caratterizza la realtà viticola trentina.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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