Le Schiave

Anticamente si riteneva che la località di coltivazione fosse quella che determinava anche il nome del vitigno. Pertanto nella maggior parte dei casi esso veniva attribuito facendo riferimento al luogo di produzione o più raramente al modo in cui veniva allevata la vite anziché ad una sua specifica caratteristica.

Questo spesso comportava che vitigni rilevati in seguito simili o addirittura uguali, fossero indicati con nomi diversi o in certi casi un insieme di varietà coltivate nella stessa zona fossero indicate con un unico nome.

E’ il caso della “schiava” o più precisamente delle schiave, la cui differenziazione varietale è venuta in tempi relativamente recenti, sia in Alto Adige che in Trentino.

Infatti fin dall’inizio del X – XI secolo la viticoltura altoatesina era conosciuta in quanto citata da documenti di donazione o di vendita, gran parte dei quali riferiti a proprietà conventuali.

Quella trentina invece era legata esclusivamente all’autoconsumo e le viti coltivate in maniera promiscua. La pratica colturale e la diffusione delle viti in questi territori è peraltro legata a varie provenienze e colture, ma per quanto riguarda le schiave sembra debba attribuirsi a quella longobarda, e soprattutto a seguito della crescente loro diffusione nelle zone prossime al Lago di Garda, Valpolicella e Valpantena. In queste zone il metodo più usato per distinguere le viti era quello di chiamare “schiave” quelle allevate a filare o pergola, per le quali venivano adottate delle energiche potature, invece quelle più libere o maritate a sostegni vivi erano le “maggiori”. In particolare poi le schiave venivano coltivate esclusivamente in collina, e chiamate “gentili” o “fini” le maggiori invece erano presenti nei terreni più fertili di fondo valle o pianura ed erano indicate come “comuni”.

La viticoltura della valle dell’Adige poi, sia per collocazione geografica che per i buoni rapporti esistenti fra le popolazioni di lingua tedesca e di lingua italiana, si trasformò alla fine dell’XI secolo da viticoltura di alto consumo a quella di vendita e mercato, e questo può giustificare pienamente la diffusione delle schiave lungo la fascia dell’Adige, situazione che permane tutt’ora. Questa condizione indubbiamente migliorativa in termini qualitativi ed economici, creò tuttavia all’inizio dei contrasti tra la viticoltura dell’Alto Adige e quella del Trentino, quest’ultimo maggiormente favorito dalla sua posizione geografica, al punto che il duca Rodolfo d’Austria fu costretto a vietare temporaneamente l’esportazione dei vini trentini.

E’ verso il 1200 che compare in Trentino il nome di Schiava o Schiave, varietà come si è detto, già presente in gran parte dell’Italia settentrionale ed in particolare nelle aree prossime al Lago di Garda, nel Veneto e nella Lombardia (Scienza e Failla). La schiava infatti veniva citata nei documenti medioevali di viticoltura come se fosse un’unica varietà, cioè quella delle viti “costrette” in contrapposizione alle maggiori più “libere”.

In realtà invece si trattava di una “famiglia” caratterizzata da un’elevata produzione da una maturazione più precoce rispetto ad altri vitigni esistenti e soprattutto molto rustica. Altri elementi caratterizzanti erano la loro esclusiva coltivazione collinare, il sistema di potatura e di allevamento che erano “a filare” e soprattutto “a pergola”, citato quest’ultimo anche da Columella (vitis pergulanae). I vigneti assumevano un carattere intensivo ed erano formati in maniera da “porgere” quasi le loro uve. Tutt’oggi peraltro sia in Alto Adige che in Trentino questi vitigni hanno trovato nella pergola, sia essa semplice (con una sola ala) che doppia (a due ali) la forma di allevamento ideale soprattutto per il peso dei grappoli (vedi S. grossa) e per la lunghezza del picciolo. Citazioni in proposito di impianti “specializzati” si riscontrano verso la fine del 1200 per la zona di Lana (Bolzano) e Rovereto (Trento). In questo periodo la “Schiava” si era notevolmente diffusa anche nel veronese, anche se il Gallo e l’Acerbi la indicavano più legata alla Lombardia. Già allora le schiave presentavano una certa variabilità sia nella forma del grappolo (grande o medio – piccolo) che dell’acino (grosso o medio); si indicava pertanto una S. grossa, o Grossvernatsch ed una S. media o gentile, Mittervernatsch.

Si citava quindi la presenza di due sottovarità, anche se in base a studi recenti fatti dal professor Regner ricercatore presso la Stazione Sperimentale di Klosterneuburg, sembra che la S. media sia stata la prima ad essere coltivata. Essa avrebbe quindi l’origine più antica mentre la S. grossa e la S. grigia deriverebbero da incroci fatti con varietà sconosciute e la S. media (B. Reifer – St. Sperimentale di Lainburg – Bz).

Caratteristica interessante inoltre può essere quella della permanenza e della diffusione di questo gruppo di vitigni per oltre mille anni in molte zone di coltivazione anche se oggi essi sono in gran parte limitati alla regione Trentino Alto Adige. Essi peraltro in queste zone nei vari periodi che si sono susseguiti, caratterizzati anche da condizioni climatiche non sempre favorevoli, hanno dimostrato una notevole adattabilità e resistenza.

Scienza e Failla in un loro lavoro in proposito hanno evidenziato che la loro presenza nei vari territori di coltura per un periodo molto lungo potrebbe essere dovuta al fatto che le schiave, oltre ad assicurare alle popolazioni che le coltivavano un reddito sufficientemente sicuro, per gli ottimi raccolti, potevano soddisfare ed assicurare le necessità di un consumo che in passato presentava esclusivamente carattere quantitativo.

Il vino infatti costituiva un elemento interessante per l’alimentazione, e l’eventuale abbandono delle viticolture in molte aree, poteva trovare nella produzione delle schiave, per altro allevate a pergola e quindi in modo intensivo un reddito da lavoro migliore e spesso non richiedeva di poter disporre di manodopera di supporto.

In seguito alle schiave anche se non espressamente nominate venivano indicate da Michelangelo Mariani, storico del Concilio di Trento, nel suo lavoro del 1613 “Trento con il Sacro Concilio ed altri notabili”, in quanto i Padri Conciliari nelle loro pause di lavoro, visitando la Valle di Cembra, in Trentino apprezzavano in modo particolare i suoi vini per le loro proprietà diuretiche. Si trattava infatti di vini ottenuti con la S. grossa, già da tempo qui coltivata, particolarmente gradevoli e di bassa gradazione alcolica. Alcuni secoli dopo Goethe nel suo Vocabolario Ampelografico del 1876, distingueva la Grossvernatsch (S. grossa o Schiavone) le Kleinvernatsch (S. media o gentile) e la Grauvernatsch (S. grigia), diffusa quest’ultima soprattutto nella zona di S. Maddalena e S. Giustina in provincia di Bolzano.

Più attenta era circa dieci anni dopo, la descrizione fatta da E. Mach, primo presidente dell’Istituto Agrario di S. Michele e poi dal suo collaboratore Mader, che indicavano si per la provincia di Trento che di Bolzano le zone di produzione di queste tre varietà, fornendo delle precise indicazioni di carattere ampelografico, ambientale e di coltivazione con alcune delle principali caratteristiche dei vini ottenuti. Si trattava tuttavia di un lavoro a carattere sperimentale in quanto già allora le tre cultivar non venivano mai vinificate in purezza ma mescolate tra di loro con netta prevalenza della S. gentile o media per l’Alto Adige unitamente a piccole quantità di S. grigia. In Trentino invece si utilizzava quasi esclusivamente S. grossa infatti la S. grigia era poco diffusa. Nel 1931 nella pubblicazione “Esperienze e ricerche dell’Istituto Agrario e Stazione sperimentale di S. Michele – Adige, R. Rigotti, affermava che questi vitigni, in nessun altro paese venivano coltivati su così larga scala con uve abbondanti e “perfette” come nel Tirolo richiamando anche la loro origine nella zona dell’Alto Adige. Esse trovavano l’ambiente migliore nella mezza collina e mentre la fertilità della S. grossa era elevata, media era nella S. gentile e scarsa nella S. grigia; inversa era invece la loro gradazione zuccherina dove la grigia poteva avere 2-3 gradi Babo in più rispetto alla S. grossa. Riteneva inoltre che il biotipo “Schiavone” chiamato in Alto Adige “Tschaggele” altro non fosse che una S. grossa, con forte sviluppo vegetativo e quindi poco produttiva in quanto soggetta a colatura fiorale della punta del grappolo e quindi aveva dei grappoli più tondeggianti con grossi acini. Quest’uva era in gran parte destinata a consumo fresco.

Storicamente il vino più famoso ottenuto con le “Schiave” era il S. Maddalena prodotto nella fascia collinare a Nord della città di Bolzano il vino che da allora come tutt’ora presentava qualitativamente la maggiore notorietà. Infatti nel 1923 i viticoltori della zona istituirono il primo “Consorzio di tutela” con la “Cooperativa viticoltori S.Maddalena”; e già nel 1941 questo vino unitamente al Barolo ed il Barbaresco era considerato uno dei migliori vini rossi italiani nella classifica nazionale dei vini. Notorietà in seguito ha avuto anche il vino “Caldaro” o “Lago di Caldaro” Kalterer o Kalterersee ottenute con le schiave, con prevalenza di quella S. grossa in molte zone collinari non solo della Provincia di Bolzano ma anche di Trento, destinato al consumo locale e dall’esportazione verso il centro Europa. Questo vino dopo aver ottenuto la D.O.C. nel 1970 in seguito fu oggetto di notevoli discussioni fra la provincia di Trento e di Bolzano in merito alla sua origine e legittimità produttiva. La vicenda fu sottoposta a giudizio della commissione di giustizia a Lussemburgo che con una sentenza leggitimò alcune aree viticole trentine a produrre il vino Lago di Caldaro. Il tempo tuttavia ha placato ogni discussione ed animosità in quanto l’interesse e l’esportazione di questo vino è diminuita notevolmente con conseguente flessione della produzione delle schiave.

Fondamentale infine per la conoscenza di questi vitigni è stato il lavoro di Italo Cosmo e Mario Poleselli sullo “studio ampelografico dei principali vitigni ed uve da vino coltivati in Italia”.

 

CARATTERISTICHE DEI VITIGNI

Pur considerando che le schiave una volta venivano coltivate anche in alcune province del Veneto e della Lombardia, oggi infatti viene indicata anche una S. lombarda presente in provincia di Brescia si ha motivo di ritenere che essa non appartenga al gruppo delle schiave coltivate in Alto Adige ed in Trentino. Pertanto la descrizione si limiterà a quelle presenti in queste ultime zone.

 

“Schiava media” o Mittervernatsch, con varie sinonimie (S. piccola, S. gentile)

 

Vitigno mediamente vigoroso con buona fertilità delle gemme, il suo germoglio presenta un apice espanso, lanugginoso, di colore verde biancastro ed una leggera sfumatura ai bordi; il tralcio erbaceo è di colore verde con sfumatura laterale di colore rosso. La foglia è di grandezza superiore alla media ma inferiore a quella della S. grossa, è trilobata, con seni poco profondi e spesso è quasi intera; il suo seno peziolare appare quasi chiuso, i seni laterali superiori sono pressoché assenti.

I lobi generalmente sono ondulati, un po’ appuntiti, il lembo è ondulato. La pagina superiore di colore verde carico, opaca e bollosa, la pagina inferiore è verde chiaro con una leggera peluria. I denti un po’ irregolari ed acuti. La colorazione autunnale delle foglie è gialla con qualche macchia rossastra.

Il grappolo è di media grandezza, piramidale, con un’ala, tendenzialmente spargolo; il peduncolo è sottile, erbaceo di colore verde, il cercine è evidente e di colore verde rossastro; il pedicello medio e rossastro.

L’acino è di dimensioni medie, leggermente ovale, la buccia è pruinosa di colore bleu non molto scuro tendente al violaceo, non molto coriacea; la polpa è succosa, dolce, di sapore semplice.

Il tralcio legnoso è di media lunghezza, robusto di sezione leggermente ellittica, la superficie striata, il colore grigio – nocciola chiaro con strisce bruno – rossastre, gli internodi normalmente sono lunghi 8 – 10 cm ed i nodi e le gemme sono evidenti.

La composizione chimica delle uve è caratterizzata da un grado zuccherino medio (18 – 21 %) come media è pure la sua struttura acida, l’acido tartarico infatti varia da 3.7 a 4.8 (per mille).

Diverso è invece il contenuto in acido malico che varia notevolmente non solo in relazione alla zona di produzione, alta o bassa collina, ma anche dall’andamento stagionale, che incide in modo determinante sulla maturazione.

La sua fase di germogliamento è media e la maturazione avviene verso la seconda decade di settembre, generalmente una decina di giorni prima della schiava grossa.

Viene coltivata esclusivamente in ambienti collinari; predilige infatti la fascia altimetrica che va dai 300 m di altitudine fino a raggiungere i 600 – 650 m. E’ diffusa in zone non molto siccitose ben soleggiate ed areate; in particolari annate necessita di irrigazione di soccorso.

Pur avendo una buona adattabilità pedologica preferisce terreni di medio impasto di natura silicea. E’ sensibile alla Botrite ed all’Oidio; talvolta può essere soggetta al disseccamento del rachide. Presenta una produzione leggermente variabile, ma inferiore alle altre schiave; infatti mediamente essa oscilla tra 110 – 120 quintali/ettaro. Come forme di allevamento viene praticata quasi esclusivamente la pergola semplice, con sesti di impianto che vanno da 80 – 90 cm sulla fila e 2.6 – 2.8 m tra le file. Prove effettuate con forme di allevamento a controspalliera non hanno dato i risultati attesi.

Altre caratteristiche di questo vitigno sono: il peso medio del grappolo (150 – 160 gr) , mentre il primo germoglio produttivo si trova normalmente al 2° nodo, raramente al 3° e le infiorescenze sono di regola due per germoglio. La fertilità delle femminelle, come tutte le altre schiave, è nulla. Il contenuto medio in tannini è mediamente del 2.7 %, mentre l’intensità colorante non è molto elevata.

Complessivamente è ritenuta in assoluto la schiava più precoce e migliore dal punto di vista chimico ed organolettico per la vinificazione.

Da parte del centro di ricerche di Lainburg, in provincia di Bolzano sono in essere delle ricerche per ottenere delle selezioni clonali in grado di migliorare la qualità del vino ottenuto con questa varietà.

 

Schiava grigia – Grauvernatsch

 

Presenta una buona vigoria; l’apice del germoglio è espanso, lanugginoso di colore verde biancastro con orlo carminato. Il tralcio erbaceo è di colore verde brunastro, più marcato in prossimità dei nodi. La sua sezione è rotondeggiante con contorno un po’ angoloso e presenta una leggera peluria.

La foglia è di grandezza media, pentagonale, trilobata, spesso quasi intera con seno peziolare a U aperto; i seni laterali superiori sono poco profondi o quasi inesistenti, i lobi sono poco marcati ed il lembo è piano; la pagina superiore è verde, opaca, poco bollosa, quasi liscia e quella inferiore è di colore verde chiaro opaco con nervature leggermente lanugginose di colore verde e poco appariscenti; i denti sono mediamente pronunciati, abbastanza regolari, poco acuti. Il picciolo è glabro con leggera sfumatura rossastra. La colorazione autunnale delle foglie è verde giallastra con margini rossi. Il grappolo è medio, allungato, talvolta alato, più spesso composto, spargolo.

Il peduncolo è lungo sottile ed erbaceo, con sfumature rossastre, il cercine è poco evidente e di colore rosso, verrucoso, i pedicelli sono lunghi e rossi. L’acino è di grandezza media, subrotondo, con buccia molto pruinosa, da cui il termine grigio, di colore blu con sfumature rossastre grigio violette con ombelico persistente, la polpa è tenera e succosa, di sapore semplice. Spesso il grappolo presenta una leggera acinellatura dolce.

Il tralcio legnoso è di lunghezza media con sezione ellittica e superficie striata.

Il suo colore è grigio nocciola con strisce di colore marrone, gli internodi sono 10 –12 cm i nodi e le gemme sono ben evidenti.

La composizione chimica delle uve presenta una gradazione zuccherina media superiore al 19 % ed una struttura acida che a differenza delle altre schiave ha una percentuale di acido tartarico più elevata mentre l’acido malico, anche in questo caso spesso condizionato dall’andamento stagionale e dalla posizione dei vigneti ha dei livelli medi inferiori.

Il periodo di germogliamento è medio mentre l’epoca di maturazione coincide con la seconda metà di settembre. Il vitigno si trova presente quasi esclusivamente in ambienti collinari posti a 300 – 450 di altitudine.

Pur adattandosi a vari tipi di terreno, purchè di medio impasto, predilige quelli di matrice eruttiva.

Resiste mediamente alle diverse crittogame ed in annate con ritardi primaverili può essere soggetto ad una parziale acinellatura.

Più frequentemente invece questa varietà subisce il disseccamento dal rachide per cui talvolta si ricorre al parziale asporto, dopo la fioritura della punta del grappolo. La produzione nel complesso è sufficientemente contenuta e comunque non superiore a 120 – 130 q.li / ha. La forma di allevamento praticata è la pergola semplice con sesti di impianto pressoché simili alla S. media.

Il grappolo raggiunge di media i 180 – 190 gr di peso ed il contenuto medio di tannini nella buccia è 2.6 – 2.7 % , con un limitato contenuto di sostanze coloranti.

Di norma il primo germoglio fruttifero è al secondo nodo con due infiorescenze e talvolta tre per germoglio; nulla è invece la fertilità delle gemme. La coltivazione di questa varietà in questi ultimi anni si è notevolmente ridotta. Si trova ancora raramente sulle colline di S. Maddalena e S. Giustina nel comune di Bolzano e nel comune di Egna sempre in Alto Adige.

In Trentino questa cultivar sembra essere completamente scomparsa da alcuni anni.

 

Schiava grossa (Grossvernatsch) – sin. Schiavone

 

E’ una varietà molto vigorosa con una notevole fertilità gemmaria. Il germoglio presenta un’apice espanso, lanugginoso di colore verde – biancastro con leggere sfumature rosate.

Il tralcio erbaceo è verde con sfumature bronzee da un lato, completamente glabro, di sezione circolare ed un po’ angoloso.

La foglia è grande, pentagonale, trilobata, il seno peziolare è a V con bordi sovrapposti, i seni laterali inferiori sono pressoché assenti. I lobi sono generalmente piegati a gronda e non molto marcati, il lembo è spesso ed ondulato, la pagina superiore è di colore verde opaco e bollosa, quella inferiore verde chiaro, è glabra con una leggera peluria in prossimità delle nervature che sono verdi.

I denti sono mediamente pronunciati, piuttosto irregolari con margini convessi. Il picciolo in rapporto alla grandezza della foglia è corto, grosso e glabro di colore verde con leggere sfumature rosate. La colorazione autunnale delle foglie è gialla talvolta con qualche macchia rossastra ai margini.

Il grappolo è grosso e grande, tronco conico con un’ala e spesso compatto. Il peduncolo è lungo, sottile, erbaceo e poco significato; i pedicelli sono di grandezza media e di colore verde, il cercine è evidente di colore bruno verdastro.

L’acino è grosso, sferoide spesso di dimensioni irregolari, la buccia è pruinosa e sottile, la polpa è molto succosa e di sapore semplice.

Il tralcio legnoso è di media lunghezza, robusto di sezione leggermente ellittica e la sua superficie è striata di colore nocciola con striature più scure, gli internodi sono più lunghi delle altre schiave (12 – 14 cm) ed i nodi e le gemme molto evidenti.

La composizione delle uve ha un grado zuccherino medio – basso 15 – 17 % come pure la sua composizione acida. Il contenuto in acido tartarico non supera quasi mai il 3 per mille, mentre l’acido malico è sempre presente in quantità superiore rispetto alle altre schiave. Quest’ultimo è legato non solo all’andamento stagionale ma anche alle produzioni per ettaro. Infatti la S. grossa è stata classificata come cultivar a duplice attitudine per cui spesso presenta, in presenza di produzioni medio – alte le caratteristiche di un’uva da tavola. Spesso essa è utilizzata anche unitamente al biotipo Tschaggele nella cura dell’uva (Traubenkur) che tradizionalmente viene fatta in autunno in Alto Adige soprattutto nella zona di Merano.

Dal punto di vista fenologico il suo germogliamento è medio mentre la maturazione è più tardiva rispetto alle altre schiave ( 10 – 15 giorni).

Attualmente viene coltivata quasi esclusivamente in ambienti collinari a quote che vanno dai 250 – 450 m di altitudine. In questi ultimi anni sia in Alto Adige e soprattutto in Trentino la coltivazione della S. grossa è stata in gran parte abbandonata sostituendola con altre varietà di maggior pregio qualitativo. Infatti in Trentino dai 450000 quintali ottenuti vent’anni fa oggi si raggiungono a malapena 80 – 85000 quintali.

Si adatta a varie tipologie di terreno purchè fertile e di medio impasto, esige zone ben esposte, soleggiate, con interventi di irrigazione di soccorso.

E’ particolarmente sensibile all’Oidio ed alla Bottrite per le caratteristiche del suo grappolo, spesso compatto e con buccia sottile. Predilige forme di allevamento espanse e potature lunghe, viene allevata a pergola semplice, talvolta in zone con dolce pendio si trova anche la pergola doppia.

La produzione è molto variabile con medie che superano i 140 – 150 q.li per ettaro; in tal caso devono essere fatti dei diradamenti dei grappoli al momento dell’invaiatura. Normalmente per poter disporre produzioni con caratteristiche chimiche ed organolettiche adeguate la vendemmia viene fatta con due stacchi. Non vengono praticate forme di allevamento alternative alla pergola in quanto i grappoli sono grossi e pesanti; infatti il loro peso medio è di 280 – 320 gr.

Il primo germoglio fiorale è al secondo nodo, mentre il numero medio delle infiorescenze è due. Il contenuto in tannino è basso come pure in flavonoidi.

 

La selezione clonale:

Numerose sono le selezioni clonali ottenute, in particolare: dalla Stazione Sperimentale Lainburg (Bz) e l’Istituto Agrario di S. Michele all’Adige (Tn) oltre ai Vivai Cooperativi di Raucedo; tuttavia in relazione anche alla forte riduzione degli impianti avvenuta in questi ultimi anni molte di esse non vengono più utilizzate. Quelle attualmente riconosciute in particolare sono Lb43, 50, 59, 83, 100; Raucedo2, 5; VCR12, 25; SMA36, 40, 43. Fra le più caratteristiche vi è l’Lb43 di vigoria media, molto produttivo il grappolo è medio piccolo, semi compatto, buona è la sua resistenza al disseccamento del rachide. Più produttivi sono invece l’Lb50, 83 e 100,mentre l’Lb59 ha il grappolo più piccolo e semicompatto; viene meno colpito da malattie crittogamiche dei precedenti.

Raucedo2 presenta un grappolo grande con acini a buccia sottile, mentre Raucedo 5, pur essendo di dimensioni inferiori al precedente l’acino presenta una buccia sottile.

VCR12 è particolarmente adatto ad ambienti collinari, anticipa di qualche giorno la maturazione rispetto allo standard e l’acino ha una buccia più consistente delle precedenti selezioni; VCR25 invece, può essere considerato di qualche interesse sia da vino che da consumo fresco.

SMA36 è una selezione clonale molto vigorosa con grappolo compatto; migliore si presenta l’SMA 40 anche questo a duplice altitudine con una buona resistenza alla Botrite ed al disseccamento del rachide; molto più sensibili invece alla Bottrite e all’Oidio è SMA43.

 

Tschaggele:

 

Le caratteristiche ampelografiche di questo “biotipo” di S. grossa ripercorrono per quanto riguarda il germoglio, il tralcio e la foglia le sue caratteristiche. Diverso è invece il grappolo che è più piccolo, piuttosto tozzo e mediamente compatto. Il peduncolo è allungato, sottile ed erbaceo, i pedicelli sottili, di colore verde mentre il pennello è corto e rosato. L’acino è grosso, irregolare, tondeggiante con buccia ricca di pruina, di colore blu scuro, con ombelico persistente, spesso infossato, la polpa è leggermente carnosa di sapore semplice. Anche le diverse fasi vegetative ripercorrono sempre quelle della schiava grossa. Nel complesso per le sue caratteristiche viene utilizzata quasi esclusivamente al consumo fresco.

 

Principali caratteristiche differenziali tra le diverse schiave:

 

Alcune caratteristiche ci consentono di distinguere abbastanza facilmente le varie schiave; anzitutto le foglie che nella S. media (Mittervernatsch), S. grossa (Grossvernatsch) e Tschaggele, sono molto simili, bollose e trilobate con seno peziolare quasi chiuso e bordi accavallati. Nella S. grigia (Grauverntsch) la foglia è quasi intera con lobatura appena accennata e seno peziolare ad U, il lembo poi è piano e liscio. Per quanto riguarda il grappolo che è l’organo più importante che le distingue, nella S. media il grappolo è di media grandezza leggermente spargolo con acini di colore blu violetto, la S. grossa ha grappoli grandi, compatti ed acini grossi di colore blu nero, nella Tschaggele il grappolo è tozzo, mediamente compatto, con acini grossi, spesso irregolari con ombelico spesso infossato. La S. grigia ha un grappolo allungato, spargolo, talvolta con acinellatura dolce, gli acini sono di colore bleu – violaceo, ricchi di pruina e quindi in apparenza grigiastri. Difficile è invece dare un giudizio sul vino ottenuto perché le uve vengono sempre mescolate tra di loro. Si può tuttavia ritenere che la S. media e la S. grigia siano molto migliorative per i vini ottenuti con la S. grossa che attualmente è la più diffusa ed utilizzata soprattutto in provincia di Trento. Infatti la prima da un vino ricco di profumo e con sapore morbido la seconda ha un’acidità superiore e più equilibrata rispetto alle altre schiave, ha un sapore caratteristico, lievemente amarognolo e quindi consente di migliorare la finezza e la qualità del vino. Dalla S. grossa invece si ottiene un vino tendenzialmente rosato con un leggero profumo delicato, povero di corpo, non molto alcolico e di sapore gradevole. Spesso le schiave vengono mescolate con altri vitigni ottenuti nelle zone di produzione che aggiunti in piccole percentuali del 10 – 15 % consentono di migliorare le caratteristiche dei vini.

 

I vini:

 

Le schiave e soprattutto la S. grossa hanno concorso anni addietro in modo notevole alla produzione di vini dell’Alto Adige e del Trentino, dando dei prodotti gradevoli, freschi, profumati, di pronta beva, di largo consumo, in parte destinati all’esportazione e spesso mescolati con alcuni vitigni locali quali il Teroldego ed il Lagrein ed anche Pinot nero e Merlot. Da alcuni anni tuttavia, fatta eccezione per alcune aree fra le più tipiche e tradizionali, si è preferito sostituire le schiave ed in particolare la S. grossa, con altri vitigni a frutto bianco, più interessanti dal punto di vista commerciale, in considerazione degli elevati costi di produzione che si incontrano negli ambienti collinari difficili dove non è possibile utilizzare un’adeguata meccanizzazione nelle diverse operazioni colturali.

Come si è sopra accennato, dopo il riconoscimento delle D. O. C. avvenuto nelle due province all’inizio degli anni ’70, le schiave non sono mai state vinificate in purezza. In particolare, per quanto riguarda i vini attualmente prodotti in provincia di Bolzano possiamo indicare i vini D. O. C. “Sudtirol o Sudtiroler” (Alto Adige) con diverse sottodenominazioni per le quali è prevista la vinificazione delle schiave nella misura non inferiore all’85 %. Fra questi vi sono: “Bozner Leiten” (colline di Bolzano), “Meraner Huegel” (Meranese di collina), ottenuto sulle colline che circondano la città di Merano, “Eisacktaler” (valle d’Isarco), “Vinschgau” (val Venosta); in queste due ultime sottodenominazioni è prevista anche l’aggiunta dell’indicazione Vernatsch (schiava).

Trattasi di vini rossi o rosati di profumo fruttato e particolarmente gradevoli. Una considerazione a parte invece deve essere fatta per il vino “Santa Maddalena”, pure inserito nel 2002 fra le D. O. C. “Sudtiroler” come sotto denominazione. Questo classico vino nel senso più completo della parola, che nell’arco del tempo ha mantenuto pressoché inalterate le sue caratteristiche di eccellenza, viene ancora prodotto con una sapiente mescolanza di Mittervernatsch – S. media, Grauvernatsch – S. grigia e Grossvernatsch – S. grossa e con una piccola quantità di Lagrein (15 %).

Da questo proporzionato insieme il vino assume un profumo ed un sapore particolare dovuto alle condizioni climatiche in cui le diverse qualità d’uva sono coltivate. Trattasi delle colline di Santa Maddalena e Santa Giustina estese anche ad alcune zone limitrofe che godono di analoghe condizioni climatiche. Questo vino, a differenza di altri prodotti sempre con schiave può essere affinato con l’invecchiamento e presenta un profumo raffinato ed un gusto armonico, ha un colore rubino ed una gradazione alcolica media di 12 – 13 gradi. Complessivamente i vini compresi nella D. O. C. Sudtiroler interessano una superficie investita a “schiave” di circa 930 ettari, di cui la S. grigia occupa un’area molto limitata.

Per il Trentino il vino in cui concorre la produzione di schiave è anzitutto il “Casteller”, tipico prodotto delle propaggini collinari che circondano la città di Trento e che fiancheggiano verso sud, fino ai confini della provincia l’asta dell’Adige. Esso si ottiene con la S. grossa (minimo 30 %) e con l’Enantio; lo completa una piccola percentuale non superiore al 20 % di Merlot, Lagrein e Teroldego. Il colore va da rosato a rubino, il profumo è vinoso e gradevole, il sapore è asciutto o leggermente amabile. La sua gradazione al consumo varia dagli 11 – 12 gradi. Trattasi di un vino non adatto all’invecchiamento.

Vi è poi la D. O. C. “Trentino” con la sottodenominazione “Sorni”, vino delicato e caratteristico ottenuto sulle colline dei comuni di Lavis, Giovo e S. Michele all’Adige, in provincia di Trento. La schiava, in particolare S. grossa, viene mescolate con le uve di Teroldego e Lagrein. Il vino ha un bel colore rubino chiaro, liscio e delicatamente profumato; il suo grado alcolico è di 11 – 12 gradi.

Vi sono poi dei vini D. O. C. pure ottenuti con la schiava i quali interessano più province; fra questi possiamo indicare il Kalterersee o lago di Caldaro, vino approvato ancora nel 1970 e ridefinito con un D. M. del 2002.

La produzione per quanto riguarda la provincia di Bolzano viene ottenuta nei territori delimitati ancora con D. M. del 1931, mentre per la provincia di Trento sono interessati i comuni di Roverè della Luna, Mezzocorona, Faedo, S. Michele all’Adige e la valle di Cembra.

Alla sua composizione concorrono soprattutto la S. grossa e la S. gentile con l’aggiunta nella misura non superiore al 15 % di Pinot nero e Lagrein. Il colore è rosso rubino, il profumo ed il gusto gradevolmente fruttati la gradazione varia fra 11,5 – 12 gradi. Vi è poi un tipo scelto (Auslese) ed il “Klassisch” (classico) prodotto e vinificato nella zona tipica solo per la provincia di Bolzano. Una volta questo vino era molto richiesto soprattutto all’estero; in questi ultimi anni tuttavia la sua produzione si è molto ridotta per le scarse richieste di esportazione e quindi anche molte aree viticole coltivate a schiava sono state abbandonate.

Altro vino D. O. C. è il ”Valdadige” (Etschtaler), l’area di produzione comprende alcune zone vitate dalla provincia di Bolzano e di Trento, coltivate a schiava ed alcuni comuni della provincia di Verona. Tuttavia la provincia di Bolzano in questo ultimo periodo ha notevolmente ridotto la produzione di questo vino in cui la schiava deve essere presente unitamente alla varietà Enantio per almeno il 50 % e per l’85 % se nella D. O. C. viene aggiunto il nome del vitigno. Il suo colore è rosso rubino, il sapore asciutto con piacevole fondo amarognolo e il grado alcolico al consumo è di 11,5 – 12 gradi.

Trattasi di un caratteristico vino da pasto che poco si adatta all’invecchiamento e che negli ultimi anni ha subito una notevole flessione commerciale.

Le schive quindi sono vitigni che hanno fatto la storia della vitienologia della Regione Trentino Alto Adige e nei momenti più difficili non solo hanno contribuito a sostenere economicamente il settore ma anche a dare un’immagine suggestiva alle zone che si affacciano sulla valle dell’Adige ed anche alcune valli laterali. Tuttavia la forte erosione genetica di questi vitigni che potremmo definire autoctoni dovuta alle frequenti fitopatie, all’evoluzione dei gusti e dei mercati, ne hanno con il tempo contenuto e in molti casi ridotto la diffusione, oggi limitata a poche zone caratteristiche di più antica tradizione. Con il trascorrere degli anni questi vitigni da una vinificazione in purezza hanno dovuto con il tempo godere del supporto nella fase di vinificazione di alcune varietà tipiche locali e non. In tal modo le schiave hanno potuto finora dare sostegno alla loro immagine e tradizione.

 

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