Marzemino

 

La diffusione del marzemino sulla sponda orientale del Mare Adriatico per giungere successivamente nel Veneto può essere fatta risalire al mito di Antenore e Diomede eroi della guerra di Troia; facendo quindi un cammino a ritroso dalle sponde dell’Adriatico fino al Mar Nero.

Infatti secondo Virgilio e lo storico Tito Livio la presenza di questo vitigno in Italia può essere legata alla provenienza dei veneti.

Questo può trovare conferma anche da parte di Omero che nel suo poema ricorda che fra gli alleati dei troani vi era anche un gruppo di paflagoni popolazione storica di una zona dell’Asia Minore che si affaccia sul mar Nero.

Lo stesso Erodoto parlando dei Focesi originali dell’Asia Minore i quali come, come Antenore ritenuto il fondatore di Padova, risalirono le coste dell’alto Adriatico.

La leggenda di Antenore venne in seguito avvalorata dai Corinzi e poi dai Siracusani i quali fondarono alcune colonie sulla sponda orientale del Mare Adriatico.

Seguendo vari indizi di carattere mitologico con più precisi riferimenti di natura archeologica si può immaginare il precorso fatto dal Marzemino che, dalla lontana Paflagonia paese di Diomede e dalla città di Mersifon, è giunto nell’Italia nord orientale.

La presenza del vitigno infatti è senza dubbio legata ai numerosi scambi commerciali fra le popolazioni greche e quelle dell’asia minore ed in particolare dalla zona di Cipro dove è conosciuto come Lefkas ed in grecia come Versani, Verzanicoli lungo, Martzavi (Corfù e Leucade).

Le prime testimonianze della presenza del Marzemino nella viticoltura italiana sono riferite ai veneti, intorno al 1300 dove veniva indicato un vitigno di nome Marceminum, mentre la sua presenza sia nel Trentino meridionale che nella sponda bresciana del Lago di Garda può esser in parte anche riferita all’espansione militare e commerciale della repubblica di Venezia.

Peraltro l’introduzione del Marzemino in Trentino e soprattutto in Vallagrina si può ritenere relativamente recente anche se Michelangelo Mariani, storico del Conciglio di Trento citava la zona di Isera per l’ottima qualità del suo vino rosso senza tuttavia indicare il nome del vitigno.

E’ indubbio che per la diffusione del Marzemino in Trentino furono determinanti gli scambi commerciali realizzati verso la fine del 1500 fra la valle dell’Adige e la Repubblica di Venezia.

Occorre inoltre ricordare che molti giovani trentini avevano militato nell’esercito veneziano ed è probabile che avessero portato qui dei tralci di una qualità di vite che avevano potuto conoscere in altre zone.

E’ da citare inoltre il particolare interesse della repubblica di Venezia per il legname prodotto dalla Vallarsa particolarmente adatto per la costruzione delle proprie navi poteva aver avviato ulteriori rapporti commerciali e quindi facilitata l’introduzione del Marzemino in Vallagarina.

Ad avvalorare la sua presenza può esserne testimonianza in un documento con cui il doge Foscari nel 1450 chiedeva ai conti di Castelbarco la possibilità di acquistare da parte dei veneti dei terreni nella sua giurisdizione che comprendeva la Vallagarina, Mori, Avio ed altri territori trentini.

Nel 1412 veniva citato tra i vini più pregiati dei Colli Berici.

Nel periodo che intercorre tra il XVI e XVIII secolo veniva indicato come un vitigno delle zone dell’Italia nord orientale. Infatti il lombardo Lando nel 1553 ricordava la sua origine padovana chiamandolo Verzamino e Marzimino e la sua uva veniva passita sulle viti o su graticci per ottenere un vino dolce.

Il suo grande pregio come vino dolce era molto conosciuto se si considera che la casa patrizia veneziana del Tiepolo regalava ogni anno al re di Polonia (verso la metà del 1600 ) dei vini dolci “particolarmente preziosi” di origine vicentina chiamati Marzimini.

Era infatti consuetudine nel cerimoniale della repubblica di Venezia servire il Marzemino dolce come apertura dei pranzi più raffinati ed abbinato a dei dolci.

Il vitigno inoltre era molto diffuso, anche se sporadicamente in numerose zone del nord italia.

Si può pertanto ipotizzare, seppure in priodi molto diversi, che dopo la formazione di una prima zona di concentrazione nel vicentino nei comuni di Marostica e Bassano ed il Veronese si sia poi diffuso sulla sponda bresciana ed in Trentino attraverso la Vallarsa, ma soprattutto la bassa valle dell’Adige.

La sua conoscenza coì diffusa e capillare può essere inoltre attribuita al fatto che il Marzemino veniva considerato come un “vitigno da concia” il quale poteva conferire, se mescolato con varietà poco pregiate, aroma e finezza con un legame per altro non molto forte fra la zona di produzione e la qualità dei vini ottenuti e quindi una maggiore tendenza alla diffusione in diverse zone.

Queste vicende comportarono la creazione di diverse aree di produzione e di numerose sinonimie.

Infatti nelle varie rassegne di carattere ampelografico e dai numerosi cataloghi presenti nelle mostre in vari periodi, l’attribuzione di numerose denominazioni avveniva non solo in tutte le regioni del nord Italia come: Veneto, Trentino Alto Adige, Friuli, Piemonte Lombardia ma anche in Emilia Romagna Marche ed Abruzzo, molte delle quali peraltro è da ritenere avessero scarsa affinità con l’attuale Marzemino gentile.

Occorre ricordare che il vicentino Marzotti molto più tardi aveva individuato numerosi biotopi suddivisi un vari gruppi con caratteristiche particolari quali: la parte inferiore della foglia più o meno tomentosa, il rachide legnoso o erbaceo, l’acino più o meno croccante, il sapore spiccato e leggermente aromatico con il sentore di lampone molto caratteristico.

Come già indicato tenuto conto della sua vasta zona di diffusione in piccole aree differenti per caratteristiche pedologiche e climatiche le uve venivano vinificate raramente in purezza ad eccezione dei vini dolci e soprattutto impiegate per migliorare la qualità di vini scadenti.

E’ da considerare inoltre che era un vitigno franco di piede con una produzione molto contenuta (si era lontani dall’avvento della fillossera) (50-60 q.li /ha) con una maturazione anticipata rispetto all’attuale e con un’ottima gradazione zuccherina.

Tuttavia in Trentino dopo una prima fase di sviluppo interessante la sua coltivazione in Vallagarina subì un notevole rallentamento unitamente a tutto il settore vitivinicolo, per lo sviluppo dell’allevamento del baco da seta, attività che appariva molto più redditizia. Infatti Rovereto divenne uno dei più importanti mercati sericoli a livello europeo per la durata di quasi un secolo.

Ricordi che rimangono ancora oggi nella toponomastica roveretana come via Setaioli.

La ripresa viticola ed in particolare del Marzemino si ebbe quando si diffuse nell’allevamento del baco da seta la malattia del “filugiello” che ne provocò una forte riduzione.

La viticoltura tuttavia dovette in questo periodo affrontare altri problemi fra cui occorre ricordare nel 1870 la comparsa dell’Oidio soprattutto in ambienti collinari dove il Marzemino si dimostrò subito recettivo ed alcuni anni dopo (1884) la Peronospora. Queste nuove patologie contribuirono ad introdurre il Marzemino padovano (Negron), con l’acino tendenzialmente ovale. Esso venne a sostituire in molte zone il Marzemino gentile perché più resistente a queste nuove patologie fungine e molto più produttivo.

Gli effetti di quanto stava accadendo possono venire evidenziati dai dati a noi pervenuti. Infatti la produzione media del Marzemino gentile che nel periodo antecedente al 1870 era assestata a 38/40 hl/ha nel periodo successivo, a seguito delle diverse fitopatie, si ridusse di circa il 30% per recuperare solo verso la fine del 1800.

Nelle annate successive tuttavia le condizioni economiche mutarono notevolmente soprattutto all’inizio del 1890 in quanto la coltivazione del Marzemino e dell’uva da vino in generale subirono un notevole incremento. Infatti la viticoltura ungherese e austriaca orientale erano state colpite dalla fillossera la quale aveva provocato degli ingenti danni e quindi nel comparto vitivinicolo aveva assunto un particolare interesse il Marzemino che veniva ritenuto un ottima varietà da taglio.

L’Austria da parte sua aveva ristabilito dei rapporti commerciali con la Vallagarina tramite la Società Agraria Roveretana e quindi era possibile riprendere l’esportazione vinicola anche per la recente apertura del passo del Brennero.

Il trasporto del vino avveniva con botti di rovere o di larice trainati da carri di buoi e cavalli. La presenza del marzemino in questa nuova fase aveva assunto un’importanza particolare se si considera che in occasione di una mostra collettiva “dei vini”, tenuta a Bolzano, con assaggio delle produzioni il vino di Marzemino era stato presentato da 15 ditte di diversa provenienza, molte delle quali della Vallagarina.

Il Marzemino vinificato in questa occasione in purezza era presente con 8 campioni di vino da tavola / fine 5 campioni di vino da taglio e con 2 campioni di “vino di lusso / asciutto” chiamato anche vino da dessert.

I 4 campioni di Marzemino padovano ( negron) erano stati classificati vini da tavola ordinari.

E’ di questo periodo una nota tecnica riferita alla produzione del Marzemino padovano che sosteneva: “Questo vitigno presenta una diffusione allarmante non solo in zone poco adatte ma anche in quelle migliori; questa varietà estremamente produttiva e di qualità molto scadente può danneggiare il buon nome che il nostro paese ha raggiunto nella commercializzazione dei vini. Pertanto è controproducente dare fiducia al Marzemino padovano e quindi occorre preferire il Marzemino gentile che è di gran lunga migliore e può cosi compensare il produttore sia nel prezzo che nella qualittà.

Verso la fine del 1800 il professor Mader docente di viticoltura presso l’Istituto Agrario di San Michele nel descrivere i due vitigni, pur ritenendo che il vino prodotto con il Marzemino gentile per e sue caratteristiche chimiche ed organolettiche dovesse essere impiegato come vino da taglio, affermava che il Marzemino Padovano dava delle produzioni eccessive, aveva un colore intenso ed era particolarmente acido e poco serbevole.

Infatti sulla base delle rilevazioni fatte nelle diverse zone di produzione, le uva di marzemino gentile presentavano una gradazione zuccherina media di 18.6- 18.8 gradi Klosterneuburg ed il padovano 14.0-14.5 gradi K. pur essendo le uve state vendemmiate nello stesso periodo.

Tuttavia ad accrescere le perplessità dei viticoltori nei confronti del Marzemino gentile per la sua scarsa produttività, contribui una clausola con la quale per una particolare convenzione con l’Italia il dazio di entrata dei vini in Austria veniva ulteriormente ridotto, per cui i vini italiani invasero il mercato austriaco e nel periodo che andava dal 1893-1899 occuparono oltre il 90% delle importazioni, la loro preferenza era legata al basso prezzo.

In Trentino ed in particolare la Vallagarina continuarono ad esportare i loro vini, come pure il Marzemino, ma a prezzi appena sufficienti a coprire i costi di produzione.

La superficie del tirolo italiano nel periodo precedente la prima guerra mondiale, con esclusione delle zone di Mezzo corona e Rovere della Luna era di 16.600 ettari dei quali solo 11.100 risultava effettivamente coperta da vigneti e la produzione di uva pigiata di 740.000 q,li con una media di circa 69 q.li/ha.

In Vallagarina la produzione era di circa ¼ di quella provinciale e l’uva pigiata poco meno di 1/3 (240.000 q.li),

Il Marzemino Gentile occupava gran parte della fascia collinare posta fra il 150-250 m slm e la produzione complessiva era di 32.500 q.li . La varietà era poso resistente all’oidio e alla peronospora e subiva spesso attacchi di Tetranichus Telarius fatto che aveva contribuito a contenere questa varietà.

La sua resa in mosto era di circa 65% oltre ad essere molto gradevole, se fresco d’annata nel tipo rosato era particolarmente fine e delicato.

Tuttavia pur considerando l’ottimo livello qualitativo del Marzemino gentile, per vari problemi di carattere commerciale sorti con l’Austria, la simpatia per questa varietà era notevolmente diminuita presso i viticoltori che gli preferivano il Marzemino padovano la cui produzione provinciale era di oltre 86.000 ettolitri con resa d’ettaro piuttosto elevate e veniva coltivato non solo in Vallagarina ma anche nelle valli laterali in quanto dava un vino subito pronto anche se di sapore ordinario e poco serbevole tuttavia le successive vicende molto importanti per caratterizzare e migliorare la viticoltura trentina furono determinanti per l’abbandono di questa cultivar.

Infatti se la presenza dell’oidio e della peronospera avevano creato notevoli problemi per la coltivazione del Marzemino gentile, che era meno resistente, l’avvento in Trentino il 25 maggio 1907 nelle zone di S. Michele e Lavis della fillossera e soprattutto le vicende belliche contribuirono in modo determinante a ridurre il Marzemino gentile a circa 19.000 quintali e quella del Marzemino padovano a 40.000 q.li; questa varietà aveva presentato notevole difficoltà di resistenza e soprattutto di attecchimento se innestata su varietà di piede americano.

La guerra infatti aveva impedito in varie zone di poter “curare” l’andamento vegetativo dei vigneti sia con la potatura che con adeguati trattamenti antiparassitari. La Vallagarina invece aveva subito l’attacco della fillossera più tardi rispetto ad altre zone del Trentino per cui non era stata colta impreparata in quanto il consorzio agrario di Mori aveva da tempo predisposto un vivaio di piante madri per produrre barbatelle innestate.

Per quanto riguarda i portainnesti utilizzati per il Marzemino gentile, dopo alcune prove fatte nel periodo dal 1928 al 1930 si era preferito utilizzare portainnesti appartenenti al gruppo Riparia x Rupestris come lo Schwarzmann, 3309, 101/14 ed Aramon rupestris i quali non presentavano aspetti negativi dal punto di vista produttivo rispetto alle viti franche di piede e l’uva raccolta era leggermente superiore: circa 70-75 q.li/ha.

Superate tutte le vicissitudini di tre inverni particolarmente rigidi (1924-1925, 1925-1926 e 1928-1929) si intese attivare un reale recupero a favore del Marzemino gentile tenuto conto anche delle mutate condizioni di mercato.

Tra le forme di allevamento da adottare venne preferita la pergoletta trentina semplice già a suo tempo proposta dal prof. Mader in zone con terreni fertili e profondi in ambiente collinare.

Anche il vino cominciava a suscitare un certo interesse per alcuni paesi del centro Europa. Infatti circa un terzo della produzione veniva esportata ed anche il prezzo pagato era del 55-60% superiore a quello dei vini bianchi e doppio rispetto ai vini rossi.

Il Marzemino gentile quindi costituiva un punto di forza interessante teso a favorire anche l’acquisto di altri vini della zona.

A sostegno poi delle produzioni di qualità era stata promulgata una legge nazionale nel 1932 che prevedeva l’aumento della gradazione minima delle uve da destinare alla vinificazione, vietando quindi la vendita di vini rossi e bianchi con gradazioni inferiori rispettivamente di 10 e 9 gradi alcool.

Nel contempo pesanti critiche venivano rivolte all’azione molto liberistica adottata a favore del settore vitivinicolo nel periodo antecedente alla Prima Guerra Mondiale dove si sostenevano produzioni elevate a bassa gradazione zuccherina; a sostegno di ciò si affermava che i vini di qualità trentini erano pochi e fra questi vi era il Marzemino.

Pertanto il dott. Mancinelli in occasione della mostra dei vini tenuta a Trento nel 1932 per il “Settembre Trentino” aveva rivolto un invito ai produttori a sostegno del Marzemino Gentile anche perché le proposte fatte due anni prima a Rovereto per la valorizzazione di questo vitigno erano rimaste lettera morta.

Si affermava infatti che la produzione di Marzemino Gentile doveva rimanere come una “privativa della Vallagarina” perché in nessun’altra zona si poteva ottenere come concorrente un vino di così alto valore qualitativo.

Questa raccomandazione ebbe in seguito poco interesse in quanto si era ormai prossimi alla seconda guerra mondiale e quindi occorreva produrre beni di prima necessità e quindi la quantità prodotta di “vino buono” veniva ridursi, prevalendo invece i vini a buon prezzo ottenuti con uve molto produttive, poco serbe voli e spesso con ibridi produttori diretti quali: Seibel, Oberlin, ed altri.

Tuttavia con l’avvento della guerra il Marzemino gentile continuò ad essere coltivato in Vallagarina anche se la produzione rimaneva molto contenuta.

Infatti nel periodo che va dal 1950 al 1954 la produzione veniva così distribuita: 6.540 Q.li di uva nel fondovalle, 1.950 nella mezza collina, e 1.110 Q.li in collina per un quantitativo complessivo di 9.600 Q.li di uva.

La produzione del Marzemino Padovano era in fase di abbandono e quindi molto ridotta (6.000 q.li ) rispetto ai 60-70.000 Q.li dell’immediato dopoguerra.

Poiché la ripresa del Marzemino andava piuttosto a rilento, nel 1958 la cantina sociale di Isera, particolarmente interessata allo sviluppo e alla diffusione di questo vitigno, ritenne opportuno costituire a favore del proprio territorio il consorzio del Marzemino Gentile dotandosi anche di un proprio marchio con un contrassegno.

Purtroppo l’iniziativa che era per altro legata esclusivamente alla zona viticola di Isera durò solo pochi anni.

Nel frattempo il comitato vitivinicolo trentino in una pubblicazione dal titolo: “Degustiamo i vini del trentino” giudicava le uve del Marzemino ottenute nel comune di Isera un prodotto da cui si potevano trarre dei risultati eccellenti e quindi la sua coltivazione poteva essere estesa anche ad altre zone viticole circostanti e quindi essere “ il vessillifero delle più antiche tradizione enologiche trentine”.

Successivamente nel 1962 la Cavit, consorzio delle cantine sociali, imitata da qualche altra azienda, precorrendo praticamente una normativa a carattere nazionale del 1963 relativa alle denominazioni di origine ( DPR 930) poneva sul mercato il Marzemino Trentino prodotto in purezza con le uve di Marzemino.

Tuttavia la riduzione produttiva era costante non solo per la scarsa disponibilità di materiale vivaistico adeguato ma soprattutto perché la qualità era andata diminuendo.

Un significativo momento per il suo recupero si ebbe tuttavia nel periodo che va dal 1967 al 1971 per opera della stazione sperimentale agraria e forestale di San Michele all’Adige. Nel 1967 infatti vennero fatti numerosi sopralluoghi di carattere tecnico in varie zone, fra le più caratteristiche della Vallagarina ed in particolare nei comuni di Isera e Volano.

In seguito venne prodotto del materiale clonale di Marzemino ed ebbero il loro riconoscimento da parte del M.A.F. due cloni di marzemino, SMA 9 di ottima qualità e poco produttivo e SMA 18 con produzioni elevate e qualitativamente inferiore.

Nel frattempo da parte del Prof. Giulio Margheri, allora responsabile del laboratorio di analisi e ricerca dell’ Istituto Agrario di San Michele venivo approfondite le ricerche di carattere chimico ed organolettico sulle uve del vitigno con particolare riferimento allo studio dei suoi polifenoli; cui avevano fatto riferimento delle analisi pedologiche dei terreni delle varie zone di produzione.

Con il DPR dell’ Agosto 1971 del M.A.F., si ebbe il riconoscimento della D.O.C. Trentino Marzemino per tutto il territorio provinciale e nella prima fase operativa la superficie iscritta fu di 46.3 ettari per una produzione abilitata di vino di 2.143 hl.

La sua resa massima consentita ad ettaro era di 130 Q.li corrispondente a 91 hl di vino.

Tuttavia l’istituto della DOC durante il 1970 venne poco utilizzato ed i produttori preferivano proporre in etichetta l’adizione : “vino tipico”.

Particolarmente significativa a tale proposito fu nel 1979 la proposta di costituire un consorzio volontario di tutela del vino Trentino Marzemino. L’idea era sostenuta da un gruoppo di produttori e commercianti particolarmente sensibili ed attenti a non perdere l’immagine di questo vino che si andava deteriorando. Lo scopo era quello di apportare idee ed iniziative nuove per il recupero della sua antica immagine di qualità.

Le motivazioni erano duplici e quindi dovute non solo allo scarso utilizzo della DOC ma soprattutto perché si andavano perdendo le sue tipiche caratteristiche organolettiche e i vini erano molto difformi tra di loro.

Nel 1982 con il supporto del C.V.T , dell Istituto Agrario di San Michele e della Provincia Autonima di Trento , con un apposito provvedimento, venne istituito il consorzio del vino Trentino Marzemino, cui aderirono fin dall’inizio numerose aziende singole e cooperative.

Il primo passo fu quello di predisporre una mappatura di tutte le superfici investite a Marzemino ed il catasto delle aziende viticole associate.

La produzione veniva controllata da un gruppo di tecnici, con l’incarico di visitare a campione i vari appezzamenti per una verifica dello stato sanitario e di maturazione delle uve e valutare quindi in fase preventiva la resa per ettaro.

Prima della vendemmia, sulla base delle rilevazioni fatte, si elaborava un bando vendemmiale pubblicato anche sulla stampa locale nel quale erano indicate la operazioni da fare nella raccolta delle uve. Poi si provvedeva alla valutazione chimica ed organolettica del vino con la ricerca di eventuali residui di pesticidi.

Ogni socio doveva comunicare la quantità di vino DOC Marzemino Trentino prodotta che intendeva vendere e di conseguenza acquistava dei bollini numerati da porre sul collo della bottiglia. A campione inoltre veniva fatto un’ulteriore controllo nella fase di commercializzazione.

La produzione annua di bottiglie controllata e tutelata dal consorzio era mediamente di 850.000-900.000.

Nell’arco di un quadriennio la produzione tutelata dal consorzio aveva superato i 12.000 Q.li di uva.

Il consorzio aveva provveduto anche ad attivare una ricerca sulle forme di allevamento e sostenere la produzione di nuove selezioni clonali.

Da un’incontro tenuto ad Isera nel 1999 dal titolo: “le strategie viticole ed enologiche per migliorare la qualità del vino Marzemino”, condotto dai professori Fregoni e Scienza era emerso che la sua diffusione si era costituita nel corso degli anni quasi esclusivamente con il clone SMA 18 (68% del totale), particolarmente produttivo e di qualità mediocre. A tale proposito il consorzio aveva provveduto ad acquistare presso l’Università degli studi di Milano due nuovi cloni: il MIDA 95-132 e MIDA 95-172 ed anche alcune barbatelle della varietà Vertzami provenienti dalla Laucade in Grecia per poter verificare le sue caratteristiche perché ritenuto predecessore del Marzemino.

E’ da ricordare che nel 1985 un nuovo DPR relativo alla DOC Marzemino Trentino aveva limitato la produzione alla sola Vallagarina.

Quando ormai il livello produttivo del Marzemino era notevolmente migliorato e la qualità dei vini si era molto equilibrata, si decise di sciogliere il consorzio, era il 7 giugno 2002.

Nel settembre dello stesso anno con un decreto del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali unitamente alla dizione Trentino DOC Marzemino fu possibile aggiungere la qualifica di “superiore”. In tal caso i vigneti devono avere oltre 3.500 ceppi /ha con la forma di allevamento a pergola, e 4.000 ceppi/ha nel caso di controspalliera. La produzione massima consentita di uva ad ettaro non può superare i 100 q.li e quella del vino i 70 hl /ha ed il suo titolo alcoolico minimo naturale deve essere di almeno 11.5 % in volume.

Interessante rilevare la ricerca fatta da alcuni istituti di alcune selezioni clonali innovative, peraltro già riconosciute dai competenti organi ministeriali. Infatti fra quelle già citate sono attualmente in utilizzo ISMA 353, che consente di avere produzioni che si adattano ad un leggero invecchiamento e l’ISMA 355 interessante per il contenuto in polifenoli ed i composti azotati. Sono inoltre in “fase di prova” in un appezzamento condotto dal consorzio delle cantine sociali altre selezioni clonali quali: CVP – 1-114 del centro viticolo provinciale di Brescia , il VCR 3 del Consorzio vitivolo di Rauscedo che presenta una buona fertilità e buon contenuto di polifenoli; e tre interessanti cloni dell’Istituto Sperimentale per la viticoltura di Conegliano Veneto quali: ISV-V1 ;ISV -V13; ISV- V14 i quali dopo una adeguata valutazione della loro componente chimica ed organolettica e soprattutto la loro adattabilità all’ambiente trentino potranno favorire il miglioramento qualitativo delle produzioni di Marzemino nelle zone più qualificate.

A tale proposito particolare significato ha assunto l’ azione in essere da parte della Cavit, cui si aggiunga il supporto tecnico-sperimentale del Istituto Agrario di San Michele teso a sviluppare e migliorare la qualità delle selezioni clonali.

 

 

 

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