Teroldego, il vino principe del Trentino

Autorevoli studiosi ritengono, e numerosi elementi storici lo confermano, che l’area veneta che oggi comprende Verona, Vicenza e Padova, possa essere individuata come l’areale di diffusione più antico di alcuni vitigni caratteristici; i quali, spostandosi con i secoli verso nord, siano giunti anche in Trentino.

In questo ambiente, dopo una fase secolare di adattamento, con graduali trasformazioni, essi hanno assunto particolari caratteristiche di tipicità e quindi per questa loro prolungata presenza territoriale nel tempo, possono essere ritenuti pressoché autoctoni, pur considerando la loro più antica origine dal Mediterraneo orientale e dall’Asia Minore.

I Teroldego quindi, molto probabilmente dovrebbe condividere questa provenienza con altri due vitigni da secoli coltivati in Trentino che sono il Marzemino ed il Lagrein (Scienza e Failla). L’origine veneta del Teroldego è ulteriormente suffragata dalla forte analogia biochimica che esso presenta con il Marzemino giunto sicuramente in Vallagarina (Trentino) all’inizio del 1400 con i veneziani.

Per quanto riguarda l’origine del nome sembra che esso faccia riferimento ad un antico vitigno veronese chiamato Tiroldola o Teroldola, già citato nel Bollettino ampelografico del 1884 fra i vitigni coltivati in provincia di Verona.

Altri ritengono che esso derivi dal modo di coltivarlo cioè “a tirella”, forma di allevamento antecedente alla pergola.

Secondo altri autori il nome “Teroldego” dovrebbe derivare dalla località “Teroldeghe”, documentata a Mezzolombardo nel XVI secolo. Infatti spesso si identificavano i vitigni con la zona di produzione e quindi il loro nome traeva origine dal luogo dove venivano coltivati. Questo peraltro nel nostro caso è improbabile se si considera che il toponimo “Teroldeghe” è presente anche in molte altre zone vicine a Trento, una delle quali, in prossimità della frazione di Povo, è citata nel 1383 per il “vinum Teroldegum”. Un’altra antica citazione è quelle indicata dal barone a Prato nel 1989 nell’articolo sulle “origini del Teroldego”, rinvenuta su di una pergamena del 1480, come atto di compravendita in Trento di “due brente di vino Teroldego, fermentato, buono e sufficiente……… ottenuto da un terreno recinto” posto sulle colline di Cognola (Trento).

Si aggiungono poi le diverse indicazioni tratte dall’opera di Michelangelo Mariani, storico del Concilio di Trento, “Trento con il sacro Concilio e altri notabili” del 1673. Questo documento può essere ritenuto, per le sue numerose citazioni, una pietra miliare per la storia delle vitienologia trentina.

Egli infatti affermava che “li vini Teroldeghi sono de più grossi e veri; e se non rispondono di piccante, sono muti che fan parlare……… e proseguiva dicendo: si danno tenere per gustosi e gentili i vini di Metz Lombardo (Mezzolombardo), dove ne vengono anche di più potenti di quel che potria credere rispetto al sito”.

In questo caso appariva evidente il legame fra la varietà Teroldego ed il comune di Mezzolombardo per la quantità prodotta rispetto ad altre zone. All’inizio del 1700, in alcuni documenti rinvenuti nei “Libri della vendemmia dei vignaioli e dei masi di Trento” presso l’Archivio di Stato a Trento e riferentisi alla famiglia dei conti di Wolkenstein fra i diversi conferimenti di vino vengono indicate anche della “castellade” di Teroldego, Inoltre in altri documenti conservati presso l’archivio comunale di Mezzolombardo ricorre spesso, ancora da XVI secolo il nome del vitigno e le diverse località di produzione.

È da rilevare tuttavia che le prime descrizioni del vitigno redatte in modo accurato e meticoloso sono in lingua tedesca (Roncador 1989): in italiano invece il Teroldego viene ad citato negli ” Annali dell’agricoltura del Regno d’Italia”, editi nel 1811 da Filippo Re. Ciò sta a dimostrare che il Trentino fu spesso ignorato come zona viticola soprattutto dall’ampelografia italiana.

Alcuni autori in seguito hanno fatto delle descrizioni spesso sommarie della varietà; fra essi si possono citare: Acerbi, Odart Goethe, Babo, Mach, Battisti, Dalmasso, Catoni e Rigotti fino a giungere all’opera di Cosmo e Polsinelli autori dei “Principali vitigni da vino coltivati in Italia” edito dal Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste nel 1960.

Interessante può essere anche la descrizione fatta da Goethe nel suo “Vocabolario ampelografico” del 1876 della quale si richiamano alcuni passi: “Teroldega, nera, uva da vino. Tirolo (piana dell’Adige Mezzolombardo)……… acini di grossezza media, rotondi, blu scuro, profumati, buccia grossa.

Nel Tirolo tedesco viene chiamato erroneamente Trollinger”.

Più precisa ed attenta invece fu nel 1885 la descrizione fatta da Babo e Mach (primo presidente dell’Istituto Agrario di San Michele all’Adige): “questa varietà ha per il Trentino la stessa importanza del Lagrein” per i dintorni di Bolzano.

Il Teroldego è una vite vigorosa, dai tralci sottili, nocciola chiaro,……… e proseguiva…… “il grappolo è di grandezza media, di forma piramidale e compatto. Anche gli acidi sono di grossezza media, rotondi, blu scuro, con buccia spessa, ricca di colore e tannino”…… il vino delle posizioni migliori è eccellente, corposo, robusto, con profumo che ricorda il lampone, gradevole e talvolta nel caso di un buon invecchiamento, quello di mandorla. Il Teroldico può diventare un ottimo vino da bottiglia; ma la sua importanza principale è quella di vino da taglio………”

 

Le Caratteristiche del vitigno

 

Il Teroldego presenta una buona vigoria con una produzione abbondante e costante.

Il primo germoglio infruttifero normalmente si trova al terzo nodo, con un numero medio di 1-2 infiorescenze per germoglio. La fertilità delle femminelle è pressoché nulla.

Ha un apice espanso, lanuggìnoso di colore verde biancastro con bordi rosso violacei.

Il tralcio erbaceo è a sezione circolare e la sua superficie è un po’ angolosa e glabra. Il colore è verde con sfumature nocciola che sono più marcate in vicinanza dei nodi.

La foglia è grande, pentagonale, leggermente allungata e trilobata. Il seno peziolare ha una forma a V-U chiudentesi, i seni laterali superiori sono poco profondi a V o U, quelli laterali inferiori appena accennati.

Il lembo è un po’ ondulato con i margini dei bordi spesso rivolti verso il basso. La pagina superiore della foglia è glabra, liscia, di colore verde, mentre quella inferiore è sublanugginosa di colore grigio verde; le nervature sono evidenti, di colore roseo alla base della pagina inferiore; i denti non sono molto pronunciati, in doppia serie, acuti, il picciolo è di lunghezza e spessore medio, striato di rosso vino e leggermente vellutato. La colorazione autunnale delle foglie è rossa.

Il grappolo e medio-grande, allungato di forma piramidale, spesso con due ali piccole e una grande, mediamente compatto; il peduncolo è lungo, di spessore medio; normalmente a maturazione è legnoso fino alla prima ramificazione; i pedicelli sono medi, sottili di colore verde o rosso violaceo, il cercine è poco evidente, rosso vinoso; il pennello è piccolo di colore rossastro.

L’acino di facile stacco è di grandezza media, sferoidale regolare; la buccia è spessa, coriacea, è ricca di pruina, di colore blu nero; ombelico persistente. La polpa è succosa, di sapore semplice, dolce, acidulo.

Il tralcio legnoso è di lunghezza media, poco ramificato con sezione leggermente ellittica, la superficie è striata ed i nodi sono bene evidenti; gli internodi sono di lunghezza media 8-10 centimetri; la superficie è glabra, di colore nocciola tendente al marrone scuro; le gemme sono di grandezza media e forma allungata.

Il peso medio del grappolo oscilla fra 300-400 grammi con un peso dell’acino poco superiore a 2 grammi. Il grado zuccherino delle uve oscilla in media fra 18,0° e 19,5° Babo con una acidità titolabile da 10,00 a 11,70 per mille, il suo tenore in acido tartarico e medio-alto.

Il Teroldego è un vitigno con epoca di germogliamento media e trova il suo ambiente ideale di coltivazione sul conoide di deiezione del fiume Noce, posto fra i comuni di Mezzolombardo e Mezzocorona ad una altitudine di 220-230 metri sul livello del mare.

L’andamento del terreno è pianeggiante con franco di coltivazione relativamente scarso. Lo scheletro sottostante è ciottoloso, ghiaioso e sabbioso, a strati, da cui si possono rilevare le alluvioni relativamente più recenti. Nel complesso quindi trattasi di un substrato estremamente permeabile con caratteristiche pressoché uniche.

Il vitigno è leggermente sensibile alla peronospora ed all’oidio, inoltre in annate particolarmente umide le uve possono subire degli attacchi di Botrytis.

La sua produzione, se allevato a pergola semplice o doppia, è piuttosto elevata e varia da 150-160 quintali d’uva per ettaro, pertanto in molti casi occorre intervenire con un graduale diradamento dei grappoli. La forma tradizionale di allevamento è come è stato accennato la pergola, con un investimento di viti che varia da 3000 a 4200 per ettaro, impiegando dei portainnesti deboli appartenenti al gruppo Riparia x Rupestris come Schmarzmann, 101/14 o 3309. Con portainnesti più vigorosi (Berlandieri x Riparia) impiegando: SO4, Teleki5C, o Kober5BB e loro selezioni, è necessario ridurre il numero dei ceppi per unità di superficie.

Da alcuni anni, con ottimi risultati è stata introdotta la forma di allevamento a controspalliera con potatura a Guyot, impiegando 4000-5000 viti per ettaro.

In questo caso la produzione è inferiore, ma con un grado zuccherino ed un contenuto polifenolico delle uve, migliore.

 

 

La selezione clonale

 

Ancora nella fase prefilosserica l’Istituto Agrario di San Michele aveva avviato delle prove sperimentali per ricercare i portainnesti che meglio si adattassero ad alcune varietà di vite coltivate in provincia di Trento ed in particolare per la varietà Teroldego. La scelta era caduta sugli ibridi di Riparia x Rupestris. In tempi più recenti era stato costituito “Consorzio del Teroldego” il quale operando delle selezioni di tipo “massale” forniva alle ditte vivaistiche interessate le marze ritenute migliori.

La sua attività peraltro durò fino al 1972, ed in seguito l’iniziativa venne assunta e sviluppata dalla stazione sperimentale di San Michele all’Adige che iniziò ad impostare la ricerca scientifica delle prime selezioni clonali di questo vitigno.

Attualmente alla luce delle sperimentazioni fatte i cloni riconosciuti in sede ministeriale sono 5 ed in particolare

SMA 133 (1978), che presenta una buona vigoria. Il suo grappolo è di grandezza media; possiede una fertilità delle gemme elevata con una produzione buona. Il grado zuccherino delle uve è superiore allo standard varietale. Per il suo caratteristico buquet è adatto a vini da bottiglia.

SMA138 (1978) ha una buona vigoria con acini più grossi rispetto allo standard. Il grappolo è leggermente spargolo; la produzione e la gradazione zuccherina delle uve è buona.

Il vino è di qualità media con un potenziale qualitativo inferiore al precedente.

SMA 145 (1990) ha un grappolo piuttosto grande e compatto; la gradazione zuccherina e l’acidità titolabile delle uve sono buone.

Si ottengono vini di qualità con profumo tipico, caratteristico ed intenso, gradevole e di ottima struttura.

Complessivamente quindi presenta buone caratteristiche qualitative.

SMA 146 (1990) ha un grappolo molto grande con fertilità gemmaria bassa. Da produzioni elevate. Il vino non raggiunge il livello qualitativo delle selezioni precedenti.

SMA 152 (1992) questo biotipo si discosta nettamente dai precedenti; infatti presenta dei grappoli piuttosto piccoli; la sua produzione è complessivamente buona anche per la maggiore fertilità delle gemme. Ha una maturazione delle uve leggermente anticipata. Il vino presenta un colore rosso rubino intenso, con profumo caratteristico, di corpo equilibrato. È adatto per ottenere prodotti di ottima qualità.

 

 

Le caratteristiche del vino

 

Il vino Teroldego fino ad alcuni decenni fa veniva prevalentemente utilizzato da taglio e solo una piccola quantità era consumato in purezza. Da alcuni anni si è preferito destinarlo soprattutto alla bottiglia per la quale trova numerosi estimatori. Le sue uve infatti danno un prodotto di un bel colore rosso rubino carico con orli violacei di marcata vinosità, con un leggero profumo caratteristico che ricorda la mandorla; il suo sapore è asciutto, ricco di corpo, con alcolicità media, tannico, giustamente acido, caratteristico.

Invecchiato in botti di rovere acquista la pienezza di un vino di particolare pregio in quanto la permeabilità del legno ammorbidisce e smussa la sua vivacità, rendendolo equilibrato e rotondo. In tal caso può essere conservato in bottiglia anche alcuni anni, mantenendo pressoché inalterate le sue caratteristiche chimiche ed organolettiche, di un vino di elevata qualità.

Se il periodo di invecchiamento è superiore a due anni, può fregiarsi in etichetta della qualificazione aggiuntiva di “riserva”.

Con DPR 18 febbraio 1971, modificato con il successivo DPR 18 febbraio 1987 il vino “Teroldego Rotaliano” ha ottenuto il riconoscimento della D.O.C.. Esso è prodotto esclusivamente con uve appartenenti alla varietà Teroldego raccolte nella zona chiamata “campo rotaliano” la quale è compresa nei comuni di Mezzolombardo, Mezzocorona, e nella frazione di Grumo del comune di San Michele all’Adige in provincia di Trento.

Con la Indicazione Geografica Tipica “Vigneti delle Dolomiti”, sempre con lo stesso vitigno, viene prodotto anche un vino “novello” che presenta un particolare profumo e gusto di fruttato.

Il Teroldego quindi, come è stato accennato trova la sua ideale zona di produzione nel “campo rotaliano”, una suggestiva area pianeggiante formata dalle alluvioni del fiume Noce, località che Cesare Battisti ancora all’inizio del 1900, ricordava che essa era rinomata per i suoi vini fino dai tempi dei romani e la definiva “il più bel giardino vitato d’Europa”.

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